Issue 6, FONDAZIONE La Fabbrica del Cioccolato. OLIVER RESSLER, "Confronting Confort's Continent"

La Valle del Brenio, la Fabbrica del Cioccolato. Storie di vita e d’arte di ieri e di oggi.

5 agosto 2016
Take The Square Athens



La Fondazione Fabbrica del Cioccolato Cima Norma della Val del Brenio è uno di quei luoghi alla cui vista lo spettatore resta, almeno per un attimo, senza respiro talmente è intriso di storia umana, imprenditoriale e di vita vissuta. La Fabbrica del Cioccolato nasceva come Birreria San Salvatore, era il 1882. Diverse le sue successive destinazioni d’uso, fino al 1903 anno in cui diventa la Fabrique de Chocolat Cima e come tale traccia una parte della storia della Valle del Blenio, fino alla sua chiusura nel 1968.

Oggi la Fabbrica del Cioccolato, uno splendido esempio di archeologia industriale, parla il linguaggio della cultura e dell’arte contemporanea, come sempre in dialogo aperto con il territorio e gli abitanti della Valle.

 

ph Carola Merello

Courtesy of Oliver Ressler, Confronting Comfort’s Continent

 

Il 4 agosto inaugura Confronting Comfort’s Continent una antologica dedicata ai film dell’artista austriaco Oliver Ressler.

Ressler narra la storia di oggi, fatte di storie di vita e di vite, quella che in pochi hanno voglia di raccontare, perché difficile, non riassumibile nella notizia, che richiede studio, impegno, coraggio. Il lavoro di Ressler viene definito ‘arte politica’.

La direzione artistica della Fabbrica del Cioccolato è stata affidata a Franco Marinotti, imprenditore, collezionista, da sempre appassionato d’arte politica. Ressler e Marinotti si conoscono da tempo. Questa mostra è arrivata alla Fabbrica in modo quasi naturale.

Franco Marinotti ci ha raccontato come è andata.

La Fabbrica del Cioccolato. Tu con le fabbriche hai un’estrema confidenza. Sei un imprenditore, ma soprattutto vieni da una famiglia di imprenditori storici, la fabbrica è qualcosa che ti appartiene, che hai nel dna, così come l’arte.
Negli anni hai sostenuto numerosi progetti e con la Fabbrica del Cioccolato in qualche modo sei ritornato alla Fabbrica. Come nasce questo progetto?
Nel caso della Fondazione Fabbrica del Cioccolato la storia è un po’ diversa. Io non ho investito personalmente nel progetto, ma sono stato chiamato a dirigerlo in qualità di Direttore Artistico e Vice Presidente. Il progetto è sostenuto a due altre persone, Giovanni Casella Piazza e Stefano Dell’Orto.
L’idea è quello di iniziare dall’arte per riqualificare un luogo storico e agevolare importanti ricadute in termini di indotto per la Val di Blenio, un territorio che ha la necessità di ripensare la propria posizione nel contesto socio economico attuale sia a livello Cantonale che Federale.

 

Ricontestualizzarsi. Voi credete che un progetto culturale così come lo concepite possa diventare una risorsa economica e dare un’immagine rinnovata alla città?
L’arte di per sé ha questa funzione. Noi non lavoriamo come i musei, che possono ospitare opere nuove e storiche, ma agli artisti viene chiesto di fare riferimento al luogo, di capire quale è la sua storia e la sua realtà.

 

E la gente del luogo come viene coinvolta? Certo, tu lo sai bene che proporre un progetto sociale significa anche occuparsi di sociale…
In diversi modi. Per quanto riguarda la parte della gestione e quella amministrativa nella ricerca del personale ci siamo affidati a una agenzia locale che si occupa del reinserimento delle persone che avevano perso il lavoro, per le mostre ci affidiamo alle maestranze locali…tutto quello che è possibile fare qui lo facciamo qui.

 

Ma ritorniamo a te, a quando ti è stato proposto di fare il direttore artistico della Fabbrica, possiamo dire che conoscevi questo straordinario luogo, pregevole esempio di archeologia industriale, marcato ancora, come lo sono i luoghi di lavoro, le fabbriche, dalla presenza delle persone che nel tempo qui hanno lavorato…e non hai saputo resistere. Giusto?
I nuovi proprietari conoscevano i miei interessi e il lavoro che ho fatto nell’ambito dell’arte contemporanea e mi hanno proposto di diventare il direttore artistico.
La Fabbrica era già un luogo molto vivo di per sé.
La struttura centrale della Fabbrica è di 5.700 mq di cui la Fondazione possiede circa la metà dello spazio, il resto sono dei loft occupati da gente che vi abita, artisti, artigiani e, nel tempo, si è creata una vera e propria comunità artistica e non. L’altra parte della fabbrica è stata destinata a spazio espositivo e, per rispondere alla tua domanda, sì la storia di questo luogo è straordinaria e mi ha affascinato. Insieme al board abbiamo pensato che fosse il luogo giusto per lavorare sulla riqualificazione del comparto della Valle del Brenio.

 

Ancora una volta tu ti sei messo a disposizione dell’arte, ma con un altro ruolo, diverso da quello del collezionista che si mette a disposizione dell’arte?
Se vuoi….

 

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Courtesy of Oliver Ressler, Confronting Comfort’s Continent

 

Mi ricordo molto bene, in una nostra precedente intervista mi avevi fatto notare che tu non sei un collezionista ma ‘un collezionista che è a disposizione dell’arte’….
Negli anni ho fatto parecchi investimenti nell’arte. Ma c’è una distanza tra me e un collezionista tradizionale. Quando un progetto artistico mi interessava lo producevo. Il collezionista quando ama un lavoro lo compra. La differenza sta nel fatto che io ho speso ‘per’ l’arte. il mio impegno era finalizzato a rendere possibile il progetto di un artista. Il collezionista in genere spende per sé stesso.

 

E quindi, fisicamente, nel tempo, non ti resta niente, al massimo una proustiana memoria?
Mi resta il piacere di avere prodotto un lavoro, che è un piacere immateriale. Ti dirò una cosa, quando mi sono deciso a comperare un’opera d’arte, il piacere che mi dava l’opera veniva appagato nel momento in cui la comperavo e il possesso non era essenziale. Mi è successo di comperare delle opere e i galleristi sono stati costretti a sollecitarmi più volte per ritirarle.
Degli anni in cui aprii la galleria a Berlino (Play Gallery For Still and Motion Pictures), conservo il piacere di avere fatto le mostre che avevo voglia di fare, di avere parlato d’arte in modo non convenzionale (tra le mostre prodotte da Franco Marinotti, il progetto ‘Disobedience’ e “Do It Right” dedicata al lavoro dell’artista guatemalteco Anibal Lopez, ndr). Non ho venduto molte opere, non sono un art dealer”.

 

I rumors dicono che non volevi vendere….
I rumors … ma non mi ricordo dei rumors, a volte forse sono veri….Sì vendere non era una priorità, ormai possiamo dirlo.

 

La tua passione per l’arte è un’eredità di famiglia, no?
L’arte è da sempre una passione di famiglia. Mio padre Paolo è stato un grande collezionista. Ma non nel senso tradizionale del termine. Le opere che collezionava erano quasi tutti lavori di artisti che conosceva benissimo. Karel Appel (1921-2006) e Asger Jorn (1914-73) (Jorn, come Lucio Fontana, visse per diversi anni ad Albissola, in provincia di Savona, dove lavorava con le manifatture di ceramica, allora tra le più importanti d’Europa), il gruppo tedesco Gruppe Spur. Erano tutti artisti che passavano molto tempo a casa nostra. Stavano con noi a Milano a Venezia e sul lago di Como.
Mio padre collezionava per passione, non ha utilizzato le strutture economiche per fare soldi con l’arte.
Poi, certo gli artisti con cui ha avuto rapporti sono diventati famosi e le loro opere fortemente ricercate.
Ma erano tempi diversi. Allora quello dell’arte non era un mercato borsistico. A volte nei musei compero dei cataloghi e ritrovo delle opere che sono state fatte a casa mia. Mi ricordo come sono nate, i discorsi che hanno originato quel lavoro.

(nell’immediato secondo dopo guerra la famiglia Marinotti acquistò Palazzo Grassi a Venezia e Paolo Marinotti lo trasformò in un centro di esposizioni internazionale, appunto ‘il Centro delle Arti e del Costume’. Una parte del lavoro svolto dall’industriale a Palazzo Grassi è raccolto nel libro di Stefano Collicelli Cagol, ‘Venezia e la Vitalità del Contemporaneo’. Paolo Marinotti a Palazzo Grassi 1959-67, ndr)

 

Torniamo alla Fabbrica del Cioccolato, come Fondazione voi avete fatto diverse mostre. L’impatto con il pubblico?
Il riscontro è stato maggiore rispetto alle aspettative. La autentica verifica la faremo ora, capiremo se c’è davvero interesse o se era solo curiosità. La Valle sta reagendo bene. Quello che io sto cercando di fare è comunicare alle persone che abitano qui che questo è un progetto loro, un patrimonio della Valle.

 

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Courtesy of Oliver Ressler, Confronting Comfort’s Continent

 

La nuova rassegna è dedicata al lavoro di Oliver Ressler, un artista il cui lavoro è da sempre legato alle storie della gente, ma anche fortemente politico…
Oliver Ressler ha esposto in molte gallerie e in musei prestigiosissimi. Ressler è un attivista il suo è un lavoro sociale e politico molto raffinato. Ma anche una narrazione storica. Ressler documenta delle pagine inedite della storia di oggi.

 

Certo l’arte politica ha avuto un ruolo molto importante nella storia. In fondo anche una parte del lavoro di Picasso era politico…ti piace Picasso?
Sì e no. Una volta ho visto un film dove Picasso dipingeva con un pennello nero su un vetro aveva una forza espressiva mostruosa, non diceva una sola parola. Dipingeva. Non sono mai più riuscito a trovarlo quel filmato.

 

L’ultima domanda. Alla Fabbrica del Cioccolato avete spinto la riflessione sul concetto di ‘foreignness’, quindi?
E’ un termine inglese di cui non esiste un corrispondente in italiano, la parola giusta sarebbe estraneità, nel nostro caso viene inteso nell’accezione di sentirsi fuori contesto, di non appartenenza. Questo concetto è ben presente nel lavoro di Ressler.
Foreignness è pensato come un “festival delle arti”, analizza l’interazione dell’arte con il territorio inteso come patrimonio culturale, sociale, politico in divenire.
La Valle del Blenio nel tempo ha subito diversi mutamenti, talvolta anche a livello morfologico, legate alla vicende della Fabbrica e alla chiusura della Fabbrica che impiegava moltissime persone. Tante venivano qui da altri città e paesi per lavorare. I Bleniesi erano straordinariamente esperti nel fabbricare cioccolata e questa loro esperienza l’hanno portata in giro per il mondo. Le imprese cioccolatiere nel mondo sono state fondate dai Bleniesi.
Qui ritorniamo all’idea di estraneità, nel senso di portare qualcosa che appartiene alla tua storia fuori dal suo contesto. Anche questo è ‘foreignness.


Issue 6, FONDAZIONE La Fabbrica del Cioccolato. OLIVER RESSLER, "Confronting Confort's Continent"

La Fabbrica del Cioccolato FOUNDATION. OLIVER RESSLER, “Confronting Comfort’s Continent”

5 agosto 2016
Take The Square Athens



Blenio Valley, the Chocolate Factory. Art and life stories of yesterday and today.

The chocolate factory Cima Norma in Brenio Valley, home to La Fabbrica del Cioccolato foundation, is one of those places that leave visitors breathless, at least for a short while, for its human and entrepreneurial history. The factory was originally built as San Salvatore brewery in 1882. It was then used for different purposes, until it became la Fabrique de Chocolat Cima in 1903 and became part of the history of Brenio Valley, before closing in 1968.

The former chocolate factory is currently a beautiful example of industrial archaeology; it speaks the language of culture and contemporary art, always openly interacting with the valley’s territory and inhabitants.

002 ph Carola Merello

Courtesy of Oliver Ressler, Confronting Comfort’s Continent

On 4 August the factory hosted the opening of Confronting Comfort’s Continent, an anthological exhibition dedicated to the films of the Austrian artist Oliver Ressler.
Ressler tells stories of today, about life and lives, which a few people feel like telling because it is difficult, it cannot be summarised by the news, it needs to be studied and it requires commitment and bravery. Ressler’s work is defined as “political art”.
Franco Marinotti, entrepreneur, art collector and expert, is the artistic director of La Fabbrica del Cioccolato foundation. Ressler and Marinotti have known each other for a long time. It came almost naturally to organise this exhibition at the factory.
Franco Marinotti told us how it happened.

La Fabbrica del Cioccolato (The Chocolate Factory). You are extremely familiar with factories. You are an entrepreneur and, above all, you come from a family of historical entrepreneurs, the factory belongs to you, it is in your DNA, like art.
You have supported several projects throughout the years and with La Fabbrica del Cioccolato you have gone back to the factory, in a way. How was this project born?
The story of La Fabbrica del Cioccolato is slightly different. I have not personally invested in the project, but I was offered the opportunity to manage it as artistic director and vice president. The project is funded by two people: Giovanni Casella Piazza and Stefano Dell’Orto.
The idea is that art can be the starting point for the requalification of a historic structure and the economic growth of Blenio Valley, a territory that needs to rethink its role within the socio-economic environment both at cantonal and at federal level.

Do you believe that such a project can become an economic resource for the village and renew it?
Art per se has this function. We do not work as museums, which can host both contemporary and historic artwork; we require artists to refer to the local environment, to understand its history and reality.

How do you involve local people? Of course you know that developing a social project implies dealing with social issues…
In different ways. As long as administrative issues are concerned, we cooperated with a local institution involved in the reintegration of unemployed people to search for human resources. As long as exhibitions are concerned, we cooperate with local workforce and artisans; we produce here everything we can produce here.

We can say that you could not resist when they asked you to become the artistic director of the foundation, for you already knew this extraordinary place, excellent example of industrial archaeology, still marked by the presence of the people who worked here, like all factories. Right?
The new owners knew my interests and my involvement with contemporary art, so they offered me the artistic director’s role.
The factory was per se a very lively place.
The factory’s main building has a 5.700 sq m wide surface, approximately half of which is owned by the foundation; the rest of it belongs to the lofts and who lives in them: inhabitants, artists, artisans. Over time, a real community, not only an artistic one, has established. Half of the factory is an exhibition space and, to answer your question, the story of this place is extraordinary and fascinating. The board thought it was the right place to work on the requalification of Blenio Valley.

Are you once again making yourself available for art, but with a different role, different from the role of the collector, who makes himself or herself for art?
We can say so…

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Courtesy of Oliver Ressler, Confronting Comfort’s Continent

I remember very well that in a previous interview you noted that you are not a collector, but a “collector who makes himself available for art”…
I invested a lot in art throughout the years. But there is a difference between me and a traditional collector. I used to produce a project, when I was interested in it. A collector buys artwork he or she likes. The difference lies in the fact that I spent money “for” art. My commitment aimed at making an artist’s project possible. A collector usually spends money for himself or herself.

So, you do not own anything over time, besides Proustian memories?
I own the pleasure of having produced artwork, which is an intangible pleasure. I’ll tell you something: when I made the decision to buy a work of art, I derived pleasure from buying it, but I did not need to possess it. When I bought works of art gallerists had to call me several times to make me collect them.
When I think about the years when I opened the gallery in Berlin (Play Gallery For Still and Motion Pictures), I remember the pleasure of having organised the exhibitions I wanted to organise, having talked about art in a non-conventional fashion (among the exhibitions produced by Franco Marinotti is the project “Disobedience” and “Do It Right”, dedicated to the work of Guatemalan artist Anibal Lopez). I did not sell many works, but I am not an art dealer.

Rumours say you did not want to sell…
Rumours… but I do not remember rumours. Maybe sometimes they are true… Yes, selling was not a priority, now we can say that.

You inherited your passion for art from your family, didn’t you?
Art has always been a passion for my family. My father Paolo used to be a great collector. But not in the traditional way. The works he used to collect were always produced by artists whom he knew really well. Karel Appel (1921-2006) and Asger Jorn (1914-1973) (Jorn, like Lucio Fontana, lived for several year in Albisola, close to Savona, where he worked with ceramic producers, who used to be at that time among the most important ones in Europe), the German group Gruppe Spur. All these artists spent a lot of time at our place. They spent time with us in Milan, in Venice and on Como Lake.
My father was passionate about collecting works of art; he did not exploit the economic system to make money from art.
Then, the artists he used to know became famous and their work extremely requested.
But it was different at that time and art market was not a stock market. Sometimes I buy catalogues in museums and I find works of art produced at my place. I remember the way they were born, and the conversations that surrounded them.

(After the Second World Was Marinotti family bought Palazzo Grassi in Venice and Paolo Marinotti turned it into an international exhibition centre, “the Centre for Arts and Costume”. Part of the entrepreneur’s work at Palazzo Grassi is described in the book of Stefano Collicelli Cagol “Venezia e la Vitalità del Contemporaneo’. Paolo Marinotti a Palazzo Grassi 1959-67”.

Let us go back to La Fabbrica del Cioccolato: the foundation has organised several exhibitions. What is the impact on the audience?
The feedback we have received have exceed our expectations. We are now going to find out if it there is a real interest or if it is only a matter of curiosity. The valley is reacting. The message I am trying to communicate is that the project belongs to the local inhabitants; it is for the valley.

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Courtesy of Oliver Ressler, Confronting Comfort’s Continent

The new exhibition is dedicated to Oliver Ressler, an artist whose work is always referring to the stories of people and is also strongly connected to politics…
Oliver Ressler has collaborated with several very famous galleries and museums. He is an activist, whose work is extremely socially and politically fine. But it is also a historical narration. Ressler shows untold episodes of contemporary history.

For sure, political art has always had a very important role in history. Even part of Picasso’s work was about politics… do you like Picasso?
Yes and no. I watched a film where Picasso painted a glass with a black paintbrush; it had an incredible expressive strength, he did not say a word. He painted. I have never found that film again.

The last question. The foundation draws attention towards the concept of “foreignness”. So what?
It is an English term that cannot be translated into Italian; the correct term would be “estraneità”, which in our case represents the idea of being out of context, not belonging. Such concept is clearly present in Ressler’s work.
Foreignness, is a sort of fine arts festival, and analyses the interaction between art and territory, meant as evolving cultural, social and political heritage.
Blenio valley has undergone several changes throughout the years, sometimes even from the morphological point of view, connected to the history and closing of the factory, which used to employ many people, some of whom came from other towns and villages to work. The inhabitants of the valley used to be experts in producing chocolate and brought their experience all over the world. Several chocolate factories in the world were founded by entrepreneurs from Blenio valley.
The idea of foreignness here means bringing something belonging to your history out of its context. This is Foreignness, too.


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